Mio padre è nato in borgata, io no. Io sono nato in periferia, che è un’altra cosa.

Se ci penso per me la borgata, la casa dei miei nonni, della mia famiglia, è sempre stata parte di Roma, un pezzo di questa città, della mia città. Ma le cose non sono andate sempre così.
Quando mio padre era ragazzino o poco più, nei primi anni ’50, chi viveva in borgata percepiva “Roma” come un luogo da raggiungere, la meta di un piccolo viaggio, una distanza da colmare.
Se poi si aveva la fortuna di “rimorchiare” qualche coetanea, in quel vagabondare squattrinato che Pier Paolo Pasolini ha fatto diventare storia della letteratura italiana, il buon senso delle pubbliche relazioni stabiliva che la residenza da dichiarare dovesse essere una e una sola: Piazza Bologna.
Quello era l’avamposto, l’ultimo lembo di città che potesse fregiarsi senza problemi del titolo di “Roma”.
Oltre la Tiburtina, pista d’asfalto per pochi fortunati a motore, che si inoltrava in quei territori che per la maggior parte dei “romani” erano spazi inesplorati, luoghi se possibile da evitare, perché immaginati come altro dalla città, altro da loro.

Quella forzatura topografica di un paio di chilometri, quella innocente bugia adolescenziale, era il segno di una difficoltà di appartenenza, sociale prima che territoriale.
E infatti tra la Tiburtina e il West c’erano le zone dei “borgatari”, luoghi di povertà, piccola delinquenza e degrado, buono per alimentare in quegli anni, a partire dall’immediato dopoguerra in poi, miriadi di luoghi comuni e di stereotipi, che hanno marchiato per sempre la parola “borgata”.

Eppure la parola “borgata” non può essere lasciata ostaggio di un luogo comune, perché tra le sue pieghe, dentro la sua storia, c’è la storia di una città che da bambina e immatura, è cresciuta e si è fatta adulta.
Perché la borgata è stata anche il luogo delle dignità conquistate, dell’emancipazione e della lotta, del diritto ad esistere ed essere parte di qualcosa di più grande, la città appunto.

Quando ci siamo messi a scavare nell’archivio storico dell’Unione Borgate, gloriosa organizzazione di popolo, i frammenti di questa storia sono riemersi uno ad uno, dalle battaglie per il diritto di residenza all’interminabile epopea dell’abusivismo di necessità, dalle lotte per avere acqua, fogne, strade e luci alla conquista di una coscienza democratica.

Oggi esiste la periferia, le periferie, e le borgate non ci sono più.
Nonostante ciò quella storia, quel popolo in marcia che ha conquistato, spesso da solo, il diritto ad essere a pieno titolo parte di questa città, di questa comunità, ha permeato di sé l’essenza stessa di Roma, che se oggi può fregiarsi del titolo di “capitale europea” lo deve anche a quelle migliaia di donne e di uomini che a prezzo di sforzi e sacrifici, hanno prima ridotto e poi annullato la distanza, mentale prima che fisica, tra Piazza Bologna e Tiburtino III o Pietralata.
È grazie a loro che quei nuclei “lontani”, percepiti per anni come corpi estranei, si sono fusi e integrati ed è sempre grazie a loro che quell’arcipelago di memoria urbana, immane memoria urbana, si è fatto continente, si è fatto città.

Da qui, dall’archivio storico dell’Unione Borgate, abbiamo deciso di ripartire, per ricordare e capire. Per ricostruire, cercando di ripercorrere quel filo che prima ha “unito” e dato identità a migliaia di romane e di romani e poi ha “unito” e legato indissolubilmente questi a Roma.
Unione Borgate, appunto, perché se le periferie sono ovunque nel mondo, le borgate sono solo a Roma.

Gianluca Di Girolami